Cos’è la voluntary disclosure, anche nota come collaborazione volontaria? Si tratta di una procedura che offre al contribuente di regolarizzare la sua posizione. E una delle misure adottate dal governo italiano per contrastare i fenomeni di illecito fiscale internazionale.

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha emanato una serie di direttive per porre fine al segreto bancario in quasi tutti gli Stati del mondo obbligando quindi gli stati ad una maggiore trasparenza fiscale.

Gli obiettivi dei diversi Governi sono un aumento delle entrate fiscali e l’inasprimento della battaglia contro i redditi non dichiarati. Per dare un forte segnale di legalità al mondo finanziario mondiale sono state messe in atto misure per la lotta contro i paradisi fiscali ed ai capitali sommersi.

La voluntary disclosure comincia a dare i suoi risultati, infatti aumenta sempre di più il numero dei Paesi che aderiscono ai sistemi di scambio automatico dei dati finanziari attraverso accordi bilaterali, Foreign Account Tax Compliance Act in USA e multilaterali messi a punto dall’Ocse.

Per chi detiene all’estero, illegalmente beni o capitali, trovare aree con un segreto bancario ancora funzinante, sarà sempre più difficile.

Storia della Voluntary Disclosure

Per capire bene cos’è la Voluntary Disclosure, bisogna ripercorrere un po’ di storia. Lo scambio automatico di informazioni, nasce negli Stati Uniti con accordi bilaterali FATCA (Foreign Account Tax Compliance Act) con i quali gli Stati firmatari (tra cui la Svizzera) si impegnano a trasmettere, annualmente e in forma automatica, all’autorità fiscale americana (Internal Revenue Service o IRS) tutte le informazioni conti o depositi di cittadini di nazionalità USA.

La normativa sulla voluntary disclosure rappresenta un profondo rinnovamento internazionale sul tema della lotta all’evasione con lo scambio di informazioni tra amministrazioni finanziarie. Rappresenta di fatto, l’ultima possibilità per il contribuente che vorrà regolarizzare con minori costi e, soprattutto, senza incorrere nelle sanzioni di natura penale la propria posizione con il fisco italiano.

L’impegno mondiale allo scambio delle informazioni di natura fiscale porterà quindi, tra poco meno di un anno, l’inizio di controlli per ricercare infrazioni e non conformità fiscali, e coloro che non aderiscono oggi alla voluntary disclosure saranno oggetto di gravi sanzioni penali oltre che economiche.

Tutto questo ha portato alla fine del segreto bancario.

A partire dal 2017, 58 Paesi si sono impegnati a partecipare al sistema di scambio internazionale di informazioni fiscali (Anguilla, Argentina, Barbados, Belgio, Bermuda, Cile , Cipro, Colombia, Corea, Croazia, CuraÇao, Danimarca, Dominica, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Gibilterra, Grecia, Guernsey, Isola di Man, Isole Cayman, Isole Vergini Britanniche, India, Irlanda, Islanda, Italia, Jersey, Lettonia, LIechten-stein, Lituania, Lussemburgo, Malta, Mauritius, Messico, Montserrat, Niue, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unico, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, San Marino, Seychelles, Slovenia, Spagna, Sud Africa, Svezia, Trinidad e Tobago, Turks e Caicos e Ungheria) e altre 35 giurisdizioni si sono impegnate a partecipare a partire dal 2018 (Andorra, Antigua e Barbuda, Arabia Saudita, Aruba, Austria, Bahamas, Belize, Brasile, Brunei, Canada, Cina, Costa Rica, Emirati Arabi Uniti, Giappone, Grenada, Hong Kong, Indonesia, Israele, Isole Marshall, Macao, Malesia, Monaco, Nuova Sela da, Quatar, Russia, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Samoa, Singapore, Saint Maarten, Svizzera e Turchia). Ad oggi, dietro la spinta dell’OCSE e del Consiglio d’Europa, anche Panama, ha aderito alla “convenzione multilaterale sulla mutua assistenza amministrativa in materia fiscale”.

La voluntary disclosure in Italia

Il programma di voluntary disclosure nasce in Italia con il dichiarato intento di far rientrare nel Paese tutte quelle somme che sono state trasferite all’estero in violazione delle norme sul monitoraggio fiscale.

Nell’ordinamento italiano, è stato introdotto l’istituto della collaborazione volontaria coerentemente con quanto tracciato dall’OCSE nel 2016.

Perchè è stato necessario emanare una Voluntary Visclosure Bis nel 2017?

La volontary disclosure iniziata nel 2015 ha fruttato alle casse dell’Erario 3,8 miliardi di euro di gettito tra tasse non pagate e sanzioni ma si attendevano entrate maggiori.

La Voluntary Disclosure Bis, che scadrà il 30 settembre 2017, rappresenta quindi l’ultima possibilità di regolarizzare la propria posizione per tutti quelli che detengono patrimoni non dichiarati all’estero, ma anche valori e denaro contante in cassette di sicurezza in Italia. Il sistema di interscambio delle informazioni fiscali tra i Paesi si sta perfezionando sempre più, i controlli saranno sicuramente pressanti.

La Voluntary Disclosure Bis dovrà avvenire entro il 30 settembre 2017 ed assicurerà degli sconti del 75% del minimo edittale sulle sanzioni applicate alle imposte sui redditi, a quelle sostitutive, all’Ivie e Ivafe (imposte sugli immobili e le attività finanziarie detenute all’estero), mentre la riduzione è del 50% sulle violazioni degli obblighi di monitoraggio fiscale.

Nel 2001, 2003 e 2009 il ministro Tremonti ha varato ripetutamente dei condoni noti come “scudi fiscali”. Sebbene la voluntary disclosure preveda delle riduzioni nelle sanzioni, non è sicuramente una riedizione dello scudo fiscale.

Lo scudo fiscale consentiva al contribuente di sanare una serie di irregolarità relative all’esportazione di capitali all’estero pagando un’imposta straordinaria con aliquote sintetiche (comprensive di sanzioni e interessi) relativamente basse. Non c’era nessun tentativo di recuperare le imposte eventualmente evase sui redditi che avevano generato i capitali irregolarmente detenuti all’estero. Al contrario al contribuente che aveva regolarizzato capitali frutto di evasione fiscale era garantito uno “scudo” da opporre a eventuali futuri accertamenti. Inoltre, lo “scudo” consentiva al contribuente di mantenere l’anonimato rispetto all’amministrazione finanziaria. Lo scudo ha introdotto un mini segreto bancario in Italia per gli averi acudati.

Questi due elementi sono assenti nella attuale voluntary disclosure, che si basa invece su una “confessione piena” da parte del contribuente e sull’accertamento delle basi imponibili eventualmente evase.

La voluntary disclosure a differenza dello scudo fiscale, agisce soprattutto sulle sanzioni penali. Si inaspriscono le sanzioni in caso di evasione, attraverso l’estensione del reato di riciclaggio ai casi di reimpiego di denaro sottratto al fisco. Qui è nato un nuovo reato: l’autoriciclaggio. In altri termini, chi commetterà una violazione penale tributaria dovrà rispondere sia del reato tributario sia di quello di riciclaggio. Ad esempio, nel caso di dichiarazione infedele che comporti un’imposta evasa superiore ai 50mila euro, il contribuente rischierà da uno a tre anni per il reato tributario e dai due agli otto anni di reclusione per il reato di riciclaggio.

L’inasprimento delle sanzioni è stato però accompagnato da un aumento degli “sconti” in caso di collaborazione volontaria. Il contribuente che dichiari spontaneamente al fisco i capitali irregolarmente detenuti all’estero vedrà ridotte le sanzioni relative alla frode fiscale a un quarto, con la possibilità che la pena carceraria sia convertita in una multa, e non sarà punibile per il reato di autoriciclaggio.

Non è un condono fiscale

La voluntary disclosure segue una filosofia diversa dai condoni e punta non tanto sulla convenienza derivante dalle ridotte pretese del fisco, quanto sulla minaccia di un miglioramento delle capacità di accertamento e su un inasprimento delle sanzioni per chi non presenta istanza di adesione.

Conviene aderire?

Molti si chiedono se aderire o meno alla voluntary disclosure, ma bisogna valutare che è in atto un cambiamento epocale in tutto il sistema finanziario internazionale e che la regolarizzazione della propria posizione nei confronti del fisco italiano si rende necessaria per evitare di incorrere in serie conseguenze sia economiche che penali.

Bisogna considerare che oggi il comportamento tenuto dalle Banche estere, in particolare quelle svizzere, impongono ai loro clienti stranieri la massima trasparenza sui loro capitali depositati. Le banche richiedono la certificazione della “compliance” ed il rispetto agli obblighi fiscali nei paesi di residenza.

Inoltre l’ Agenzia delle Entrate italiana ha intensificato i controlli sul quadro “R.W.”, quadro di riferimento per il monitoraggio fiscale e facente parte della dichiarazione annuale dei redditi. Sarà veloce e praticamente inarrestabile lo scambio di informazioni tra paesi che sino ad oggi hanno scarsamente collaborato nella lotta all’evasione internazionale, e quindi la scomparsa certa del segreto bancario.

Altro aspetto da valutare è l’impatto sugli eredi che potrebbero trovarsi, loro malgrado, coinvolti in procedimenti di accertamento fiscale molto pesanti sia dal punto di vista economico che penale. Infatti il legislatore italiano ha introdotto nella legge della volontary disclosure una nuova fattispecie di reato: l’autoriciclaggio inteso come utilizzo, da parte dal soggetto che ha evaso il fisco, delle risorse frutto dell’evasione.

Questa legge sulla volontary disclosure rappresenta senza ombra di dubbio una grande opportunità per il contribuente italiano di garantirsi per sè e per gli eventuali eredi tranquillità fiscale.

La legge si presenta molto complessa e articolata per cui la procedura di presentazione della domanda va attentamente esaminata per non incorrere in errori o omissioni.

Lo studio legale Caputo & Partners composto da avvocati e commercialisti dotati di un’ampia conoscenza del settore dei servizi finanziari e bancari garantisce una gestione ottimale ed efficace della procedura di volontary disclosure.

Cura nel dettaglio i rapporti con l’Agenzia delle Entrate ed ha una profonda conoscenza del settore finanziario internazionale grazie all’esperienza maturata nelle procedure di emersione volontaria già introdotte in altri paesi. Questa esperienza ha accompagnato tutte le procedure della prima voluntary disclosure che lo studio ha concluso con successo per tanti clienti.

Un professionista qualificato, dopo un incontro con il contribuente italiano effettua un primo screening degli investimenti all’estero e delle attività estere di natura finanziaria oggetto della voluntary disclosure. Descrive al cliente il funzionamento pratico della procedura di voluntary disclosure e procede alla stima del costo della procedura, composta di imposte, sanzioni, interessi e onorari professionali.

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Gli onorari professionali, da noi, sono esenti di IVA, che ammonta al 22%, perché si tratta di una sociatà svizzera, la Caputo & Partners AG, che fattura senza il 22% di IVA al cliente residente in Italia. Chi da mandato ad un commercialista residente in Italia, non è in grado di poter risparmiare il 22% di IVA.

L’avvocato Caputo comunica di persona con le banche svizzere e con I paradise fiscali offshore, mentre un gruppo scelto da lui, è incaricato a comunicare con la Agenzia delle Entrate in Italia. Questa combinazione di collaborazione fra professionisti in Svizzera con professionisti in Italia si è mostrata come una strategia molto efficiente. Specialmente quando si è dovuto ricorrere a raccogliere la documentazione mancante, sia presso le banche svizzere e estere, ma anche presso I professionisti nei paradise fiscali offshore.

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